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Innovazione, competitività, sostenibilità nel mondo Moda

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Export moda: Vicenza seconda solo a Milano. E nasce il marchio TF-Traceability & Fashion.

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I dati parlano chiaro: mentre l’export italiano vola oltre i 51 miliardi di euro (+4,7% in un anno). Vicenza supera i 5 miliardi di euro (+5,6%) e si posiziona al secondo posto nella classifica delle province italiane esportatrici, alle spalle solo di Milano (+7,7%) e davanti a Firenze (+10,4%).

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Da sempre il settore fashion, in particolare quello del lusso, è uno dei principali punti di forza dell’export italiano, accreditato e stimato in tutto il mondo: lo conferma anche il consigliere della Camera di Commercio di Milano, Dario Bossi Migliavacca. Il Made in Italy è garanzia di qualità e garanzia, caratterizzato anche dalle campagne di responsabilità sociale e sostenibilità ambientale intraprese dalle nostre aziende: è anche per sostenere questo impegno che nasce il marchio TF-Traceability & Fashion, un sistema volontario di tracciabilità ideato proprio per assicurare il compratore e sensibilizzare il produttore riguardo a temi come salubrità, sostenibilità ambientale e responsabilità sociale d’impresa (per quanto riguarda le qualità tecniche del prodotto), oltre che alla resa pubblica del luogo di produzione.

Tale marchio, che interessa 242 aziende italiane e 1400 fornitori, è stato presentato a Milano ed è promosso da Unioncamere e dalle Camere di Commercio italiane, essendo poi gestito da Unionfilere, con lo scopo di apportare ulteriore prestigio ai prodotti delle filiere oro e moda, da sempre  motivo di vanto ed orgoglio del Made in Italy.

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Cina terzo Paese nell’export delle calzature italiane nel 2014. Ma lo sciopero per il welfare blocca la produzione per i brand occidentali.

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Cina_scioperoGià da quest’anno la Cina potrebbe salire sul podio delle esportazioni di calzature italiane, passando dall’attuale settimo posto al terzo, alle spalle di Francia e Germania. E pensare che solo tre anni fa il Paese si fermava alla ventesima posizione: da un po’ di tempo si nota, invece, un’inversione di tendenza che vede aumentare l’export italiano di calzature verso la Cina del +26,6% nel 2013 e diminuire, al contrario, l’import del -3,1%.

Osservando gli altri settori, l’abbigliamento registra un +19,1% nell’export ed un -11,2% nell’import, il cuoio e la pelletteria un +15,5% nelle esportazioni ed un -12,1% nelle importazioni: secondo Istat, dunque, il divario tra i flussi è diminuito in tutti i settori, dagli articoli in pelle e cuoio a quelli riguardanti l’abbigliamento e le calzature in generale.

I motivi del trend positivo delle scarpe italiane in Cina sono diversi, a partire dalla crescita del fenomeno dei multi-brand per il quale vengono ottimizzate le PMI (anche se a dire il vero un aiuto ai marchi meno conosciuti proviene dalla legislazione in merito alla lotta alla corruzione, che spinge a preferire ai brand internazionali quelli meno riconoscibili seppure di qualità. A ciò va aggiunta la diffusione dell’e-commerce in Cina, che ha contribuito alla crescita del settore calzaturiero. Non è strano, allora, se è proprio la Cina il Paese in cui le scarpe sono messe in vendita al prezzo medio più elevato rispetto al resto del mondo, ossia attorno ai 100 euro.

Non possiamo, però, non parlare dei problemi che la Cina sta avendo negli ultimi giorni a livello di export: 60.000 operai della Yue Yuen (colosso che produce scarpe per Nike, Crocs, Adidas, Reebok, Asics, New Balance, Puma, Timberland) stanno paralizzando il settore calzaturiero dal 14 aprile, scioperando contro le condizioni di lavoro precarie e preoccupando così le grandi aziende clienti, preoccupate del fatto di non riuscire a sopperire alle richieste dei compratori finali. Oltre a delle migliori condizioni di lavoro, le richieste riguardano anche migliori assicurazioni sociali: l’azienda di calzature non avrebbe pagato sicurezza sociale e contributi, dunque, oltre agli arretrati, i lavoratori chiedono un aumento del salario ed una maggiore sicurezza sul lavoro. Dopo numerosi scontri con le forze dell’ordine che hanno portato anche a degli arresti, sembrerebbe che l’azienda abbia acconsentito a concedere alcune delle rivendicazioni degli operai, i quali sarebbero tornati in gran parte al lavoro.

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