IDM: Innovazione di Moda

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Moncler e il Made in Italy

Posted by on 12 Nov 2014 in Bacheca | 0 comments

In questi giorni Moncler ha fatto parlare molto di sé, anche se in questo caso non per le peculiarità del brand e del lusso. Si parla di produzione, di delocalizzazione, di costi effettivi e di trattamento degli animali; tutti temi molto delicati.

Vogliamo prendere in considerazione la delocalizzazione come tema principale, in quanto si tratta dell’elemento più determinante della discussione e dal quale, di fatto, derivano gli altri aspetti. Il fenomeno ormai è diventato molto diffuso, sia tra i piccoli produttori che tra i colossi del mondo della moda e non solo, copre indifferentemente tutti i settori.
Sicuramente esternalizzare nei paesi dell’est, dove la mano d’opera ha un costo nettamente inferiore, permette alle imprese di poter risparmiare sui costi di produzione ed applicare un maggior markup ma non sempre tale scelta è percepita come positiva dal cliente finale.

Bisogna d’altronde tenere presente che per molte attività la delocalizzazione è l’unica via per poter mantenere la propria presenza nel mercato e garantire almeno una parte dei posti di lavoro nel territorio nazionale ma, nel momento in cui si parla di Made in Italy, la questione si fa molto spinosa.

Il made in Italy è un valore riconosciuto in termini internazionali sia per la qualità che per il significato a cui è associato, motivo per cui necessiterebbe di qualche linea guida maggiore nella sua definizione. Oggi il concetto di Made in Italy è diventato veritiero entro certi limiti, considerato il tasso di delocalizzazione della produzione, anche se solitamente i Brand di riferimento mantengono giustamente alti livelli di rifinitura e competenza tecnica. In ogni caso, non si parla più di made in al 100% non essendo presente ad oggi una regolamentazione in merito e questo è un dato di fatto.

Per correttezza e chiarezza la soluzione ideale sarebbe regolamentare in modo indiscutibile le modalità per poter usufruire dell’assegnazione del titolo Made in Italy; la situazione del mercato odierno purtroppo non sembra favorevole a porre le condizioni per poter avviare un processo simile.

In una situazione economica di crisi una posizione più netta nei confronti della regolamentazione e del “made in” aiuterebbe a definire meglio i canoni cui fare riferimento e sarebbe la legislazione l’incaricata di preoccuparsi di eventuali violazioni delle norme da rispettare.

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Le grandi catene internazionali di abbigliamento sono pronte per sbarcare in Italia

Posted by on 4 Set 2014 in Bacheca | 0 comments

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L’Italia (in particolare città come Roma, Milano Venezia) sembra proprio essere sul mirino di molti grandi nomi del fast fashion.

La prima potenziale grande catena di abbigliamento interessata sarebbe Primark, catena low cost inglese tra le più famose al mondo. Considerata il “tempio della moda low cost” nella capitale del regno Unito, Primark (le cui origini sono in realtà irlandesi) dovrebbe sbarcare entro il 2015 a Roma, Milano e Venezia, incrementando così il numero di punti vendita presenti nel mondo (ad oggi sono 270 distribuiti su 9 paesi).

Diversi rumors arrivano anche dalla Penisola Iberica: “El Corte Inglés”, infatti, potrebbe a breve approdare a Milano, con la volontà di approfittare degli spazi liberi nel centro finanziario della città. La catena spagnola di grandi magazzini “El Corte Inglés” (al momento situato solamente in Spagna e Portogallo, anche se esporta online anche in altri Paesi come la Francia) è tornata a sorridere dopo sei anni di profitti in calo registrando un utile netto in aumento del 6,2% a 174,3 milioni di euro: pare che proprio questi dati favorevoli abbiano spinto il presidente della società, Isidoro Alvarez, a dichiarare che è giunto il tempo di sbloccare i progetti di espansione all’estero rimasti bloccati per mesi.

Ma non è tutto: anche Forever 21, brand americano fondato nel 1984 dal coreano Do Won Chang, avrebbe accennato la volontà di debuttare in Italia. Tuttavia, nonostante il reale interesse dei fast fashion al mercato italiano e l’opinione favorevole delle agenzie immobiliari, il vero problema sembra essere la mancanza di spazi sufficienti reperibili nei centri delle città: la difficoltà consiste infatti nel reperire una location che risponda alle esigenze e alle metrature richieste dai grandi marchi.

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Startup Fashion Made in Italy alla conquista di nuovi mercati

Posted by on 8 Lug 2014 in Bacheca | 0 comments

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Stylect

Il patrimonio del Made in Italy non consiste solamente nella creatività degli stilisti più rinomati a livello internazionale, ma anche nella capacità di innovazione e rinnovamento. Nel sistema del fashion, a fianco di brand  di altissimo livello, esiste un mondo in lenta espansione formato da startup che mirano alla conquista di nuovi mercati: sono oltre duemila in tutto il mondo, con una cifra superiore a 1,6 miliardi di euro investiti nel 2012. Di queste piccole e medie imprese, però, solo trecento hanno potuto beneficiare di investimenti istituzionali.

Dall’e-commerce ai tessuti intelligenti, il Made in Italy 2.0 guarda al futuro: basta pensare al Decoded Fashion, il forum internazionale nato per agevolare ed incentivare l’incontro fra moda, strumenti digitali e startup. In tale occasione ha debuttato il FTA che ha da poco raggiunto un accordo con e-Pitti (l’anima digitale di Pitti Immagine) con l’obiettivo di scoprire nuovi talenti ed aiutarli ad emergere. Solo 10 su oltre 450 aspiranti membri dell’Acceleratore sono riusciti a superare le selezioni, e tre di questi sono startup italiane le quali, in sei mesi di attività, hanno già raggiunto risultati positivi anche sui mercati esteri:

Leonardi Milano, che propone la personalizzazione di accessori di lusso;

La Passione Cycling Couture, linea di abbigliamento per ciclisti appassionati di design;

Warda, sviluppatore di sistemi di gestione dati e immagini digitali per grandi gruppi come Coin e Moncler.

Secondo Paolo Ivanevich, amministratore delegato di FTA, l’applicazione della tecnologia alla moda è stata sfruttata finora più che altro nell’ambito dell’e-commerce e del social marketing, ma poco in altri settori come logistica e modalità di vendita: occorre uno stimolo all’innovazione in modo da restare al passo con i tempi. Per essere veramente competitivi occorrono capacità di gestire gli imprevisti, spirito imprenditoriale, un’idea originale riproducibile su scala internazionale che implichi un modello di business redditizio.

Le potenzialità non mancano (tutto il mondo invidia i nostri artigiani e le nostre storie di successo) spesso invece quello che manca è il coraggio: elemento che invece di certo non è mancato a Giacomo Summa, 27enne, attualmente pagato 500mila dollari a Londra per sviluppare Stylect, la sua app per scarpe da donna. Si tratta di una app intelligente che dà la possibilità di valutare ogni modello, memorizza i gusti dell’utente e consiglia poi la calzatura perfetta per lui. Giacomo ha girato il mondo prima di fermarsi a Londra e debuttare con la sua startup. Il risultato? 50mila download e 20 milioni di swipe in sei mesi, vendite in crescita ed ora un finanziamento di ben 500mila dollari per continuare con lo sviluppo. L’aspetto più curioso? Oggi la sua startup ha successo soprattutto in Italia.

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L’italia va di moda all’estero: che ne sarà dei nostri marchi di abbigliamento?

Posted by on 13 Gen 2014 in Bacheca | 0 comments

I-grandi-della-moda-rendono-omaggio-al-TricoloreNasce nel 1990 il desiderio degli stranieri per le griffe dell’abbigliamento made in Italy. In quell’anno parte verso il Sol Levante un marchio icona come Fiorucci, dal 1967 azienda di abbigliamento, jeans e abiti per il tempo libero. È la prima perdita alla quale, dopo un periodo di stallo, nei primi anni 2000 segue un autentico esodo di brand. Incapacità di difendere i patrimoni nazionali, cronica carenza di capitali, mancanza di visione di lungo termine e arrendevolezza di fronte alle advances straniere sono le cause che depauperano l’Italia del suo sapere e della sua creatività.

A prendersi Fiorucci è la giapponese Edwin International, leader dell’abbigliamento in Giappone. Unica consolazione, il fondatore Elio Fiorucci, continua a collaborare per il gruppo e gli uffici stile e comunicazione restano a Milano. Passa solo qualche anno e , nel 1992, un altro gruppo del Sol Levante, la Itochu Corporation, rileva l’italiana Mila Schön piccolo atelier d’alta moda inaugurato nel 1958 a Milano. Nel 1999 l’assalto al made in Italy cambia bandiera. Si affacciano i francesi. Il gruppo Kering al tempo PPR (Pinault-Printemps-Redoute) mette in portafoglio due pezzi pregiati: la Gucci fondata nel 1921 e specializzata in pelletteria e le calzature Sergio Rossi. Un anno dopo la stessa Ppr si assicura la Bottega Veneta, pelletteria fondata nel 1967 e divenuta famosa nel mondo per la creazione di beni di lusso caratterizzati dalla tecnica dell’intreccio della pelle. Nel 2011 vola a Parigi nelle stesse mani anche Brioni, sartoria di Roma e simbolo dell’eleganza maschile italiana. Nel 2013 il gruppo francese diventa l’azionista di maggioranza della Pomellato, gioielli di lusso, presente nel mondo con 80 monomarca e circa 600 punti vendita. L’imprenditore Pinault non è il solo francese a scendere in Italia . Insieme a lui anche Bernard Arnault, a capo del gruppo Lvmh (Louis Vitton Moet Hennessy) fa incetta di marchi di moda. Comincia nel 2000 con l’acquisto di dell’azienda del Marchese Emilio Pucci di Barsento, stilista dell’elegante abbigliamento femminile. L’anno successivo è la volta della maison di moda di lusso Fendi, creata nel lontano 1925 da due artigiani pellettieri romani, rinomata per la qualità e il design delle borse e delle pellicce e acquistata da una joint venture paritetica fra la Lvmh appunto e il gruppo Prada che preleva il 51% della maison. Alla fine il gruppo italiano lasci a il 25,5% delle sue azioni ai francesi e Lvmh si ritrova azionista di maggioranza, lasciando alle eredi Fendi il 49%. Il colpo grosso arriva nel 2011 con l’acquisizione di Bulgari, storica azienda orafa di via Dei Condotti a Roma, attraverso un’operazione che vale circa 4,3 miliardi di euro. Alla famiglia Bulgari, che per 125 anni ha gestito l’azienda, resta una quota del 3,5% di Lvmh più gli incarichi in azienda, mentre all’ex Ceo, Francesco Trapani, i francesi affidano la guida della divisione orologi e gioelli di Lvmh. Ultimo colpo arriva nel luglio del 2013 con la presa del marchio del cachemire Loro Piana per due miliardi di euro. L’azienda familiare ha ceduto l’80% delle sue quote al gruppo francese, conservando una partecipazione nella società pari al 20% e mantenendo le funzioni alla guida dell’azienda.

Fin qui i francesi. Ma negli anni duemila sono molti altri i gruppi stranieri che si aggiudicano brand italiani. Nel 2005, la Iris abbigliamento, impegnata nei vestiti per bambino passa alla giapponese Onward Kashiyama. Nel 2007 è la Conbipel, abiti in pelle di qualità, a passare agli statunitensi dell’Oaktree Capital Management. Nello stesso anno la Sergio Tacchini, fondata dal campione di tennis e sinonimo di abbigliamento sportivo, va ai i cinesi dell’Hembly International Holdings. È la prima volta per la Cina. Sulla stessa lunghezza d’onda l’arrivo dei sudcoerani. Nel 2007 la Fila Korea produttore di articoli sportivi rileva la Fila italiana nata all’ombra delle Alpi e che ha fregiato la tuta del campione di sci, Alberto Tomba. Sempre in Corea del Sud la multinazionale E-Land si aggiudica i marchi di abbigliamento e di calzature Belfe e Lario 1898 (nel 2010), la pelletteria di Mandarina Duck (nel 2011) e Coccinelle (2012). Nel 2010 si muovono anche gli olandesi di Hal Holding che rilevano il 42,2% della Safilo, l’azienda di occhialeria fondata nel 1934. Due anni più tardi la Marcolin che costruisce montature per gli occhiali delle griffe passa al fondo di Pai Partners. Nel 2011 arrivano gli arabi. Il gruppo Gianfranco Ferrè passa al magnate degli Emirati Arabi Uniti, Abdulkader Sankari, che lo mette nel portafoglio della sua aris Group International. Non solo. Nel 2012 la Miss Sixty-Energie passa ai cinesi di Crescent HydePark con sedi a Shangai e Singapore. La Lumberjack (scarpe) finisce in Turchia nelle mani del gruppo turco Zylan e a luglio 2012 passa nella proprietà del Mayhoola for investment, società del Qatar dello sceicco al Thani, emiro e padrone assoluto del Paese, la Valentino Fashion Group che comprende anche Missoni.

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