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La Riviera del Brenta rischia di rimanere la capitale dell’eccellenza del calzaturiero made in Italy ancora per poco se i nostri marchi continueranno ad apporre il marchio “made in Italy” ma producendo la maggior parte delle parti che compongono una scarpa di lusso all’estero.

Forse presto russi e cinesi, ad oggi maggiori compratori del lusso made in Italy, non saranno più felici di farlo quando scopriranno che stanno pagando per una scritta esclusiva che non è del tutto veritiera sull’origine della produzione artigianale.

Come riporta un’inchiesta del Corriere della Sera, infatti, la norma sull’etichettatura europea consente di realizzare all’estero le parti più importanti di qualunque prodotto manifatturiero (le nostre marche prediligono l’Europa dell’est e l’Asia grazie ai bassi costi della manodopera) e apporre comunque l’etichetta made in Italy.

I politici nostrani non hanno, di fatto, difeso l’esclusività della nostra manifattura artigianale quando hanno approvato regolamenti europei sull’etichettatura che consentono di marchiare Made in Italy prodotti realizzati in gran parte all’estero.

Made_in_Italy

Matteo Ribon della Cna Federmoda Veneto ha affermato: «I dati parlano chiaro, il fatturato del settore è lo stesso da dieci anni e la produzione si aggira sempre intorno ai 20 milioni di scarpe l’anno quindi è evidente che a perderci sono gli Italiani, in particolare gli artigiani annientati dalla doppia concorrenza: quella straniera causata dalla delocalizzazione e quella dei Cinesi che lavorano qui nel distretto».

Sono drasticamente crollati i posti di lavoro per gli artigiani italiani.

Ancora Matteo Ribon denuncia: «Quest’anno ci sono 250 dipendenti di tomaifici e terzisti in cassa integrazione e venti aziende sono a rischio chiusura. Ovviamente solo italiane. Non mi risulta che quelle cinesi facciano richiesta di cassa integrazione».

Sul sito del Corriere della Sera l’articolo di Sabrina Giannini dal titolo: Gli artigiani veneti denunciano: le griffes preferiscono i nostri concorrenti cinesi.