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Arrivano in delegazione o a singole rappresentanze aziendali. Nel mirino, come conferma la Camera della Moda, hanno seconde linee o griffe di aziende minori. Ecco come gli uomini d’affari della Cina, sfruttando la crisi o successioni famigliari complesse, si stanno muovendo per fare shopping di marchi italiani che assicurino un salto di qualità sul fronte del lusso. Ma i grandi brand resistono. Anzi, provano a rovesciare la partita a loro favore. Obiettivo: il mercato cinese.

Sabato 10 settembre Mario Boselli, presidente della Camera della Moda, ha ricevuto una delegazione di imprenditori cinesi. Rappresentanti di un grande department store, il gruppo Charter, che ha tre magazzini nel nord della Cina e prevede nel 2012 di sbarcare a Pechino, arrivando a coprire complessivamente un’area di 200 milioni di clienti. «Cercavano prodotto, seconde linee da distribuire, non le prime che già hanno» racconta Boselli. Niente richiesta di quote di aziende? «Qui è la finezza» spiega Boselli. «Non hanno fretta, cominciano con il comprare i prodotti per due o tre stagioni, e poi, se funzionano, si spingono oltre, con una vasta gamma di opzioni che vanno dalla joint venture di distribuzione all’ingresso nel capitale, con quote di minoranza o di maggioranza. Dimostrano grande visione strategica. Partono dal commerciale per poi allargarsi ». Del resto, conferma Boselli, questo non è che l’ultimo contatto avuto con imprenditori cinesi. «Sono numerose e in aumento le richieste di informazioni e le dimostrazioni di interesse per il made in Italy» dice il presidente della Camera della Moda. Insomma, che siano proprio le griffe con il fascino italiano che la Cina cerca per fare un salto di qualità, è un dato di fatto. Ma quanti sono gli imprenditori tricolori medi o medio piccoli che, per problemi di congiuntura magari aggravate da successioni famigliari difficili, sono pronti a passare la mano a un compratore, anche con gli occhi a mandorla? Boselli provoca: «Teoricamente direi tutti, perché il mondo è per meta da comprare e metà da vendere: è una questione di prezzo. Basti pensare a quanto è successo a Bulgari: diceva che non avrebbe venduto mai, poi è arrivata dalla LVMH di Bernard Arnault un’offerta che non poteva rifiutare». Certo, dirà qualcuno, una cosa è fare spazio ai cugini francesi e un’altra ai cinesi. Ma anche qui Boselli ha un atteggiamento laico. «Come Camera della Moda siamo interessati ad aiutare le aziende minori del settore a vivere ed espandersi sui nuovi mercati. Cosa che le grandi griffe fanno da sole, ma ma che per chi ha minori dimensioni è difficilissimo. L’importante è che ci sia un progetto serio, poi la nazionalità conta meno». Di certo, la marcia di avvicinamento dei cinesi più di un timore lo suscita. Tanto più quando, causa crisi nazionali, lo shopping di aziende o marchi può essere persino troppo facile o a sconto. «è stato il nostro modo di aiutare la Grecia»: commentava così Wang Qunbin, numero uno della holding privata Fosun, l’operazione che di recente ha portato Fosun a rilevare il 9,5 per cento di Folli Follie, azienda greca che in Cina vanta una catena di negozi di abbigliamento. Da notare che la stessa Fosun dichiarava, a metà settembre, di essere «vicinissima a un accordo con un importante protagonista della moda e degli accessori made in Italy». «La Cina si sta comprando l’Europa», si legge in un recente rapporto del Consiglio europeo per le relazioni estere (ECFR). Non si tratta solo di moda, ovviamente, perché gli investimenti spaziano dall’energia alle infrastrutture, dall’automotive agli elettrodomestici. Ed è un fatto che, quando un’impresa si trova alle prese con una situazione debitoria pesante ci sono sempre più spesso i cinesi disponibili a farsi avanti con iniezioni di denaro. Vedi il caso della Ferretti, storico nome degli yacht di lusso (Pershing, Riva, Itama, Crn) che, dopo il passaggio dal fondo Permira a Candover, si trova oggi con 650 milioni di debiti: al tavolo delle trattative per risolvere il problema, accanto alle banche e agli hedge fund, ci sono stati fin dall’inizio i cinesi dello Shantui Heavy Industry Group, disponibili, a fronte di una rinuncia dei creditori a quasi metà dei loro crediti, a mettere sul piatto tra i 300 e i 350 milioni in cambio della esclusiva a produrre e commercializzare in tutta l’Asia gli yacht italiani tramite una joint venture. Una trattativa complessa, che al momento della chiusura del giornale è ancora in corso (l’offerta scade il 16 ottobre), ma che, comunque finirà, delinea chiaramente come la Cina sia pronta a cogliere ogni opportunità per inserirsi nella partita del made in Italy del lusso. Ma non sempre, anche quando ci sono scambi azionari, a reggere le fila dell’operazione sono i cinesi. Vedi il caso della Salvatore Ferragamo, la società fiorentina quotata alla borsa di Milano dallo scorso mese di luglio e attualmente controllata dalla Ferragamo Finanziaria S.p.A. con una quota del 56,24 per cento. «Distinguerei totalmente la nostra operazione da quelle di cinesi che mirano a scalare aziende o a far incetta di marchi in Italia. E di certo se tornassi indietro la rifarei identica» spiega il presidente Ferruccio Ferragamo. Le differenze? «I cinesi» precisa Ferragamo «li abbiamo cercati noi, perché, visti gli elevati tassi di crescita, volevamo assumere il controllo delle società distributive nella Greater China (Cina, Hong Kong, Taiwan e Macao) che erano partite oltre 20 anni fa con quote paritetiche. Per questo nel marzo scorso abbiamo proposto a Peter Woo, nostro partner storico in Cina, di entrare nella Salvatore Ferragamo con l’8 per cento, mentre noi abbiamo comprato la metà della sua quota nelle società cinesi di distribuzione, salendo dal 50 al 75 per cento a partire dal 1° gennaio 2013». A conferma che non ci sia pericolo di scalata strisciante unilaterale ma solo una logica di sviluppo attraverso partecipazioni incrociate mirate, Ferragamo sottolinea come da marzo a oggi la quota di Woo sia addirittura scesa. «Era previsto che in caso di quotazione avremmo avuto l’opzione di ricomprarci il 2 per cento e noi abbiamo optato di farlo». Così oggi Woo, che siede nel consiglio di amministrazione della Salvatore Ferragamo («ma è stata una nostra scelta, non volevamo un partner silente»), ha in mano il 6 per cento. Insomma, per Ferruccio Ferragamo l’operazione Woo consente alla sua azienda di rafforzarsi in un’area chiave: lo confermano i dati del primo semestre 2011, secondo i quali l’ Asia Pacifico è il primo mercato in termini di ricavi, con un fatturato pari a 168,8 milioni di euro, in crescita del 40,1 per cento rispetto al 2010, con una Cina che fa addiririttura più 50. «è possibile anzi molto probabile che aziende della moda con marchi minori e finanziariamente deboli finiranno per essere tentate dai capitali cinesi» conclude Ferragamo. Ma chi è forte, se cede piccole quote, lo fa nell’ambito di progetti strategici di crescita diretti in Cina ma assolutamente «made in Italy». Una visione condivisa anche da Giuseppe Miroglio, amministratore delegato del Gruppo Miroglio (997 milioni di fatturato nel 2010) che lo scorso mese di giugno ha firmato con Mandarin capital partners, il principale fondo di private equity euro-cinese (primi investitori la China Development Bank, la Export-import Bank of China e Intesa SanPaolo), un accordo che prevede l’acquisto da parte di Mandarin di una quota tra il 2 e il 4 per cento del capitale del gruppo, per un investimento di circa 40 milioni di euro. «Lo so che può sembrare strano, ma noi non abbiamo venduto ai cinesi, anzi, è il contrario, siamo noi a essere compratori» commenta Miroglio. Che spiega: «Siamo entrati in società con un fondo con l’obiettivo di acquistare imprese in Cina, alle quali apporteremo il nostro know-how di business: ma poi il fondo, dopo un certo periodo di tempo come è prassi abituale, uscirà dall’operazione, probabilmente dopo la quotazione in borsa dell’azienda che avremo rilevato». A spingere il Gruppo Miroglio a questo passo, quindi, non è stata l’esigenza di capitali ma ancora una volta la voglia di essere più presente su un mercato, quello cinese, dove opera con successo dal 2004 con la joint venture Elegant Prosper, e sul quale intende crescere in maniera importante. «Ma è difficile farlo senza avere un partner locale che ti aiuti. I clienti sono molto diversi rispetto a quelli a cui siamo abituati rivolgerci» precisa Miroglio. Insomma, anche se il gruppo trasferirà alla azienda cinese know how e competenze, Miroglio vede più i vantaggi dei pericoli. «La crisi colpisce duramente tutti i settori, nessuno escluso. Per questo si deve guardare ai pochi mercati che crescono, e indubbiamene la Cina è uno di questi, anzi, il più importante» conclude. Basti pensare che secondo Bain & Company il gigante asiatico, che ha il più forte tasso di crescita a livello mondiale sui beni di lusso, dalla cosmetica alle borse, dall’abbigliamento alle calzature, diventerà il primo mercato mondiale nel 2015. E già oggi per molte griffe italiane assicura un 30-40 per cento di fatturato. Come non scendere a patti?
(www.pambianconews.com)