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I-grandi-della-moda-rendono-omaggio-al-TricoloreNasce nel 1990 il desiderio degli stranieri per le griffe dell’abbigliamento made in Italy. In quell’anno parte verso il Sol Levante un marchio icona come Fiorucci, dal 1967 azienda di abbigliamento, jeans e abiti per il tempo libero. È la prima perdita alla quale, dopo un periodo di stallo, nei primi anni 2000 segue un autentico esodo di brand. Incapacità di difendere i patrimoni nazionali, cronica carenza di capitali, mancanza di visione di lungo termine e arrendevolezza di fronte alle advances straniere sono le cause che depauperano l’Italia del suo sapere e della sua creatività.

A prendersi Fiorucci è la giapponese Edwin International, leader dell’abbigliamento in Giappone. Unica consolazione, il fondatore Elio Fiorucci, continua a collaborare per il gruppo e gli uffici stile e comunicazione restano a Milano. Passa solo qualche anno e , nel 1992, un altro gruppo del Sol Levante, la Itochu Corporation, rileva l’italiana Mila Schön piccolo atelier d’alta moda inaugurato nel 1958 a Milano. Nel 1999 l’assalto al made in Italy cambia bandiera. Si affacciano i francesi. Il gruppo Kering al tempo PPR (Pinault-Printemps-Redoute) mette in portafoglio due pezzi pregiati: la Gucci fondata nel 1921 e specializzata in pelletteria e le calzature Sergio Rossi. Un anno dopo la stessa Ppr si assicura la Bottega Veneta, pelletteria fondata nel 1967 e divenuta famosa nel mondo per la creazione di beni di lusso caratterizzati dalla tecnica dell’intreccio della pelle. Nel 2011 vola a Parigi nelle stesse mani anche Brioni, sartoria di Roma e simbolo dell’eleganza maschile italiana. Nel 2013 il gruppo francese diventa l’azionista di maggioranza della Pomellato, gioielli di lusso, presente nel mondo con 80 monomarca e circa 600 punti vendita. L’imprenditore Pinault non è il solo francese a scendere in Italia . Insieme a lui anche Bernard Arnault, a capo del gruppo Lvmh (Louis Vitton Moet Hennessy) fa incetta di marchi di moda. Comincia nel 2000 con l’acquisto di dell’azienda del Marchese Emilio Pucci di Barsento, stilista dell’elegante abbigliamento femminile. L’anno successivo è la volta della maison di moda di lusso Fendi, creata nel lontano 1925 da due artigiani pellettieri romani, rinomata per la qualità e il design delle borse e delle pellicce e acquistata da una joint venture paritetica fra la Lvmh appunto e il gruppo Prada che preleva il 51% della maison. Alla fine il gruppo italiano lasci a il 25,5% delle sue azioni ai francesi e Lvmh si ritrova azionista di maggioranza, lasciando alle eredi Fendi il 49%. Il colpo grosso arriva nel 2011 con l’acquisizione di Bulgari, storica azienda orafa di via Dei Condotti a Roma, attraverso un’operazione che vale circa 4,3 miliardi di euro. Alla famiglia Bulgari, che per 125 anni ha gestito l’azienda, resta una quota del 3,5% di Lvmh più gli incarichi in azienda, mentre all’ex Ceo, Francesco Trapani, i francesi affidano la guida della divisione orologi e gioelli di Lvmh. Ultimo colpo arriva nel luglio del 2013 con la presa del marchio del cachemire Loro Piana per due miliardi di euro. L’azienda familiare ha ceduto l’80% delle sue quote al gruppo francese, conservando una partecipazione nella società pari al 20% e mantenendo le funzioni alla guida dell’azienda.

Fin qui i francesi. Ma negli anni duemila sono molti altri i gruppi stranieri che si aggiudicano brand italiani. Nel 2005, la Iris abbigliamento, impegnata nei vestiti per bambino passa alla giapponese Onward Kashiyama. Nel 2007 è la Conbipel, abiti in pelle di qualità, a passare agli statunitensi dell’Oaktree Capital Management. Nello stesso anno la Sergio Tacchini, fondata dal campione di tennis e sinonimo di abbigliamento sportivo, va ai i cinesi dell’Hembly International Holdings. È la prima volta per la Cina. Sulla stessa lunghezza d’onda l’arrivo dei sudcoerani. Nel 2007 la Fila Korea produttore di articoli sportivi rileva la Fila italiana nata all’ombra delle Alpi e che ha fregiato la tuta del campione di sci, Alberto Tomba. Sempre in Corea del Sud la multinazionale E-Land si aggiudica i marchi di abbigliamento e di calzature Belfe e Lario 1898 (nel 2010), la pelletteria di Mandarina Duck (nel 2011) e Coccinelle (2012). Nel 2010 si muovono anche gli olandesi di Hal Holding che rilevano il 42,2% della Safilo, l’azienda di occhialeria fondata nel 1934. Due anni più tardi la Marcolin che costruisce montature per gli occhiali delle griffe passa al fondo di Pai Partners. Nel 2011 arrivano gli arabi. Il gruppo Gianfranco Ferrè passa al magnate degli Emirati Arabi Uniti, Abdulkader Sankari, che lo mette nel portafoglio della sua aris Group International. Non solo. Nel 2012 la Miss Sixty-Energie passa ai cinesi di Crescent HydePark con sedi a Shangai e Singapore. La Lumberjack (scarpe) finisce in Turchia nelle mani del gruppo turco Zylan e a luglio 2012 passa nella proprietà del Mayhoola for investment, società del Qatar dello sceicco al Thani, emiro e padrone assoluto del Paese, la Valentino Fashion Group che comprende anche Missoni.