IDM: Innovazione di Moda

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VICENZAORO SEPTEMBER 2015 – GOLD ALCHEMY

VICENZAORO SEPTEMBER 2015 – GOLD ALCHEMY

Posted by on 7 Set 2015 in Bacheca | 0 comments

La Fiera di Vicenza dal 5 al 9 settembre presenta la Manifestazione di riferimento per il comparto orafo e gioielliero internazionale. Si presentano le Eccellenze del Settore che si mostrano tali grazie all’equilibrio tra la precisione tecnica e la eccelsa creatività manifatturiera, sostenendo il fil rouge della fiera: Business e Cultural Hub leader per il comparto dell’alto di gamma del jewellery mondiale.

L’Argomento Principale, come si deduce dal titolo stesso, sarà “Gold Alchemy”: prodotti ad alto valore aggiunto realizzati plasmando insieme oro e altri preziosi. Queste eccellenze sono esposte ai vari operatori del Settore attraverso format ed eventi molto originali, come per esempio il nuovo layout espositivo VICENZAORO The Boutique ShowTM e gli Oscar del Gioiello ANDREA PALLADIO INTERNATIONAL JEWELLERY AWARDS.

L’obiettivo della Fiera è quello di fungere da punto di incontro tra Domanda e Offerta, per anticipare le nuove tendenze del Design e Culturali che fanno da sempre parte del mondo della gioielleria.

Proprio nei giorni dell’inaugurazione la Fiera VICENZAORO ha premiato le eccellenze del lusso e della Gioielleria Mondiale. A dichiarare i vincitori per gli Andrea Palladio International Jewellery Awards 2015– riconoscimento alle eccellenze del settore premium internazionale – sono stati interpellati prestigiosi rappresentanti hanno quali Alba Cappellieri – Professore di Design del Gioiello presso il Politecnico di MilanoSilvana AnnichiaricoDirettore Triennale Design Museum, Clare PhillipsCuratrice Dipartimento di Scultura, Artigianato del ferro, vetri e ceramiche Victoria & Albert Museum–Londra, Franco Cologni – Presidente Fondazione Cologni dei Mestieri d’Arte.

La premiazioneall’interno del Palladio Theatre di Fiera di Vicenza andrà in scena il Red Carpet della Gioielleria internazionale, si è tenuta alla presenza dei Top Player del settore, del Presidente di Fiera di Vicenza, Matteo Marzotto e del Direttore Generale, Corrado Facco e alla presenza straordinaria del Ministro delle Miniere e dello Sviluppo Minerario dello Zimbabwe HON W. K. Chidakwa.

 

Di seguito i vincitori della IV edizione, suddivisi in base alle categorie in concorso:

  • The Best Italian Jewellery designecr a Giampiero Bodino;
  • The Best International Jewellery designer a Shaun Leane;
  • The Best Italian Jewellery Brand Collection 2014/2015 a Vhernier;
  • The Best International Jewellery Brand Collection 2014/2015 a Etho Maria;
  • The Best Jewellery Communication Campaign 2014/2015 a Tiffany & Co.;
  • The Best Jewellery Flagship Store 2014/2015 a Van Cleef & Arpels;
  • The Lifetime Achievement Award a Enzo Liverino 1894;
  • Jewellery Corporate Social Responsibility Award a Pandora;
  • The Best Jewellery Communication New Media 2014/215 a BVLGARI;

Di seguito la Mappa della Fiera che trovate anche sul Sito Dedicato

Mappa Fiera VicenzaOro2015

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Tessuti Ecologici si può?

Tessuti Ecologici si può?

Posted by on 17 Ago 2015 in Bacheca | 0 comments

La produzione di tessuti ecologici è un tema sempre più vivo oggi e per far fronte alla sostenibilità molte aziende hanno investito in R&S per individuare soluzioni efficienti.

Le iniziative più famose sono sicuramente quelle in cui i brand hanno riciclato tessuti o materiali, magari di scarto provenienti da altri settori: ne è un chiaro esempio Freitag che produce le sue borse con il materiale utilizzato come telone per ricoprire i Tir.

Tuttavia il settore del lusso e del fashion necessita di tessuti pregiati che possono essere ottenuti solo da particolari lavorazioni e non dal semplice reciclo. Questo tema infatti ha coinvolto sia grandi brand che start up innovative alla ricerca di tessuti ecologici e sostenibili.

Per quanto riguarda i grandi brand troviamo impegnati Maxmara che utilizza il filo New Life, ossia una fibra ricavata dal reciclo di bottiglie di plastica, Laura Biagiotti con la linea di occhiali in plastica reciclata e Calzedonia che si è impegnata nell’attività di reciclo dell’usato.

Altre aziende ancora più attive, soprattutto dal lato di Ricerca & Sviluppo, sono Gucci e Timberland dove la prima produce nuove collezioni con materiali in parte riciclati  e packaging biodegradabili, mentre la seconda è alla ricerca di tecnologie all’avanguardia per la produzione di plastiche recilate.

La prerogativa di ricerca fortunatamente non è solo di grandi brand..esistono realtà più piccole che sono attente a questi temi e che stanno cercando di sviluppare nuove modalità di lavorazione per ottenere tessuti pregiati dai materiali di scarto.

Ecco alcune realtà che vale la pena citare:

Econyl

Si occupa della generazione di tessuto a partire dalle reti da pesca grazie a un processo chimico sostenibile per l’ambiente. Si tratta di un materiale davvero interessante che ha trovato impiego nei brand Arena e La Perla.

Re: newcell

Un tessuto proveniente dal reciclo di materiali naturali a base di cellulosa che è stato realizzato grazie agli Scienziati del Royal Institute of Technology di Stoccolma.

Orange Fiber

Si tratta di una start up italiana che prevede l’estrazione di fibre tessili ed eco sostenibili a partire dagli scarti degli agrumi, inoltre i tessuti rilascerebbero vitamina C.

 

 

 

 

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La Fasla Moda in Europa costa 26 MLD!

La Fasla Moda in Europa costa 26 MLD!

Posted by on 4 Ago 2015 in Bacheca | 0 comments

L’Ufficio per l’Armonizzazione del Mercato Interno (Uami), che agisce da agenzia europea per la proprietà intellettuale, ha condotto uno studio per definire l’impatto che ha il mercato della contraffazione sull’Unione Europea.

Emergono dati allarmanti, infatti, i falsari di abbigliamento e accessori producono all’Unione Europea un danno di oltre 26 miliardi di euro all’anno e provocano la perdita di 363 mila posti di lavoro. La cifra equivale a circa il 10% del giro d’affari complessivo annuo della moda dei 28 Paesi compresi nell’Unione Europea.

 L’impatto indiretto del fenomeno fornisce danni non da meno: a causa della contraffazione, le aziende accusano un colpo da 43,3 miliardi di euro e una perdita di circa 518mila posti di lavoro; inoltre, dal momento che i produttori e i commercianti del falso non pagano le tasse, i contributi previdenziali e l’Iva, si stima che 8 miliardi di euro di entrate non arrivino alle casse dell’Europa. L’Italia è il Paese che ne risente maggiormente con una perdita di 4,5 miliardi di ricavi e la perdita di 50mila posti di lavoro (80 000 se si considera l’effetto indiretto), in particolare per quanto riguarda il settore dell’abbigliamento. La Spagna si trova al secondo posto con una stima di 4,1 miliardi in meno, mentre la Gran Bretagna è al terzo posto con 3,6 miliardi.

Il Presidente dell’UAMI, Antonio Campinos, ha dichiarato: “Con questo studio possiamo quantificare l’impatto economico della contraffazione a livello europeo nei settori dell’abbigliamento, calzature e accessori, nonché le conseguenze in termini di mancati ricavi e posti di lavoro persi. Tali risultati non aiuteranno soltanto i responsabili politici nel loro lavoro, ma aiuteranno anche i consumatori a compiere scelte più coscienziose.” “La contraffazione è un disastro –dichiara Gianluca Fascina, presidente federazione moda di Confartigianato Imprese Veneto- che ha delle precise responsabilità politiche a livello nazionale e locale. Troppo a lungo i governi e le amministrazioni locali hanno sottovalutato questo tremendo fenomeno criminale. Vanno intensificati i controlli da parte delle Polizie locali, il primo fronte contro il dilagare di queste azioni del crimine economico organizzato, ma non solo –conclude-. Va rafforzata tutta l’architettura di contrasto con nuove leggi e soprattutto con un nuovo sistema sanzionatorio davvero deterrente”.

Si fanno sempre più necessari maggiori controlli per evitare perdite così alte e valorizzare la qualità.

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Il web: il 3° mercato del lusso tra 10 anni!

Il web: il 3° mercato del lusso tra 10 anni!

Posted by on 9 Lug 2015 in Bacheca | 0 comments

Il 7 luglio a Milano Altagamma ha presentato i dati sul suo studio “Digital Luxury Expirience 2015” evidenziando come, nel 2014, il 6% delle vendite nel settore lusso si sono svolte tramite acquisti online! Il vicepresidente della Fondazione Armando Branchini ha affermato che lo scontrino medio di un acquirente italiano è di circa € 70 in un outlet e di poco inferiore ai € 200 negli acquisti online.

Tra 10 anni si stima che la percentuale di vendita dei beni di lusso raggiungerà il 18% sul web che diventerà, con un fatturato di 70 miliardi, il terzo canale di vendita dietro a Cina e Stati Uniti.

Emerge quindi la crescita dell’ecommerce che arriva a superare, nella spesa media, quella degli acquisti affini effettuati offline: un dato davvero rilevante e significativo.

Un fattore determinante in questa tendenza è molto probabilmente l’utilizzo sempre maggiore di dispositivi mobile per effettuare gli acquisti, che consente di scegliere e acquistare i prodotti ovunque ci si trovi e ricevendo il prodotto comodamente a casa.

Il web è ormai uno strumento indispensabile per effettuare acquisti, indipendentemente dal fato che l’operazione si concluda poi online o presso il punto vendita, poiché consente il confronto tra brand e prodotti. Un altro elemento da non sottovalutare è l’influenza che i canali digitali ricoprono nella fase decisionale che precede l’acquisto.

Il settore lusso conferma quindi la validità della presenza sul web anche quando il valore non è dato solo dal prodotto di per sè ma anche dal significato che riveste.

Ulteriori conferme, queste, che il web rappresenta il futuro e che per la crescita e lo sviluppo non se ne può prescindere.

 

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Amazon cambia politica sulle tasse in Europa

Amazon cambia politica sulle tasse in Europa

Posted by on 26 Mag 2015 in Bacheca | 0 comments

Amazon cambia la sua politica contabile e annuncia che pagherà le tasse nei singoli paesi; diversamente da quanto fatto fino ad oggi avendo sede legale a Lussemburgo dove le tasse sono del 4%.

Dopo molte polemiche si arriva finalmente a una prima svolta che lancia la multinazionale di vendite online Amazon. Lo aveva anticipato la scorsa settimana al The Guardian, in seguito all’accusa mossa alla sua politica: lo scorso anno secondo le dichiarazioni lasciate dalla stessa agli investitori avrebbe pagato solamente 3,1 milioni di sterline di tasse, circa 3,8 milioni di euro, a fronte di vendite totali per 4,2 miliardi di sterline.

Una politica questa, utilizzata dalla maggior parte delle multinazionali del web con sede all’estero che operano in Italia e in Europa. Sono molti infatti i Paesi Europei che si stanno interrogando su come affrontare e risolvere la situazione.

La Francia ad esempio ha stipulato un accordo con Google che le finanzia un fondo per lo sviluppo del web; Germania e Spagna hanno attivato una legge per cui Google deve pagare nel momento in cui effettua un collegamento link al contenuto altrui e inoltre in Inghilterra si sta realizzando una vera e propria web tax sui profitti generati dalle multinazionali attraverso il web!

Il momento di attivare maggiori regolamentazioni sulle tassazioni del web è sicuramente giunto anche in Italia e, dopo anni di indagini della guardia di finanza, finalmente comincia a muoversi qualcosa! Speriamo che la stessa strada venga intrapresa anche da Google, Facebook.

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Chi ha paura del “Made in?”

Chi ha paura del “Made in?”

Posted by on 16 Apr 2015 in Bacheca | 0 comments

( ..) L’introduzione dell’obbligatorietà dcJ “Made in” sare be non so!o uno questione economica fondamentale ma anche un fatto di democrazia (il Parlamento Europeo si è espresso a favore) nonché un’ovvia forma di reciprocità nel commercio internazionale (sia in USA che in Cina hanno l’obbligo di etichettatura per le merci che importano) e ancora un fattore di lotta alla contraffazione e una tutela dei consumatori.

Notare che in ben 13 Paesi della Comunità Europea (BG, CY, CZ, EE, FI, GR, HU, LV, LT, PL, RO, ES, HU) è vigente una legge nazionale che impone l’obbligatorietà del marchio d’origine; l’Italia non può goderne.

Ora di fronte all’aussurdità della situazione il lettore potrà chiedersi il per­ché di questo attcggiamcnto palesemente masochistico di un’Europa che continua ad essere per la maggioranza di paesi ( 17 contro 12) sfavorevole all’introduzione del “Madc in”!

A livello tecnico è scontata la risposta: è la Germania, i paesi satelliti ed i paesi nordici con vocazione commerciale e non manifatturiera (come l ‘Ita­lia). Con l’obbligo della tracciabilità questi paesi vedrebbero i loro consu­matori più attenti negli acquisti c non attratti da prodotti a basso costo ma provenienti da Paesi di dubbia serietà; questo avrebbe ripercussioni negati­ve sugli utili realizzati dalle grandi compagnie commerciali.

Ma la Germania che in certi settori è anche un paese manifatturiero perché è così contraria? E ancor più perché è cosi influente e determinante nelle decisioni di Bruxelles?

Cerchiamo di spicgarlo in modo semplice: premettiamo che la Germania è attenta a non inimicarsi, con l’approvazione dell’etichettatura di origine, la Cina suo grande sbocco commerciale.

La Germania gode di una altissima reputazione nel settore elettromeccani­co; il Made in Germany è considerato dai consumatori una garanzia e ciò pennette buoni margini, occupazione ed il surplus commerciale tedesco. Se nel futuro il “Made in” fosse applicato anche a tale settore si evidenzie­rebbe che larga parte dell’attuale Made in Germany deriva da produzioni in Paesi dell ‘Est; ne deriverebbe un sensibile deprezzamento dell’immagine. A questo tipo di motivazioni non è estranea anche ad una certa fascia di imprese italiane che fa un uso “di comodo” (e spesso ai limiti della legalità) delle normative doganali comunitarie facendo passare per Made in Italy prodotti che invece hanno goduto di molteplici lavorazioni dell’estero; il tutto a danno di chi produce realmente in Italia e della nostra reputazione sui mercati internazionali che, specialmente in Oriente, amano e richiedo­no l’autentico “fabbricato in Italia”.

Fatta luce su “Chi ha paura del Made in” analizziamo anche il perché del dominio tedesco a Bruxelles. Non è tanto la forza tedesca bensì la debo­lezza italiana, evidenziatasi anche nella trattativa senza esiti, a fare la dif­ ferenza! Il Governo, che aveva sbandierato le opportunità del Semestre di presidenza Italiana a Bruxelles, si è invece invischiato su troppi fronti di vertenze a Roma; ha perso tre mesi e l ‘impegno sul “Made in” non è stato commisurato all’importanza del problema.

Certo è che finché l ‘Italia continuerà ad aumentare il proprio debito pub­blico senza riuscire a razionalizzare le spese dello Stato non riuscirà a re­alizzare quella riduzione (promessa ma ad oggi fittizia) della tassazione su imprese e consumatori che, unita alla semplificazione burocratica, è indispensabile a ridare competitività al sistema produttivo italiano e conse­guentemente all’occupazione; resterà quindi un Paese debole succube del blocco tedesco. Nell’attuale situazione del Paese in campo economico è ben difficile l ‘opera di qualsiasi Governo ma l’atteggiamento rimmciata­rio sul progetto “Made in” è stata certamente un’occasione perduta; serva almeno da monito a rutti gli attori a prepararsi fin da subito alla prossima battaglia su questo tema di vitale importanza per il benessere delle nostra comunità.
Roberto Bottoli
Vicepresidente Coordinamento Regionale
Sistema Moda Confindustria Veneto
Consigliere Unindustria Treviso con delega al Made in ltaly

 Da “Il Piave” – Marzo 2015

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